Milano,Arcimboldi,19.dicembre 011. Fossati si ritira dalle scene e io non l’ho mai visto ed allora prima di pentirmi provo a vederlo.
Mi rendo conto con venti anni di distanza dell’importanza che ha e di quello che ha costruito nella sua carriera.
Il suo universo e la sua poetica è a volte immaginifica ma comunque conserva sempre un contatto con la realtà e i musicisti, quelli che lo accompagnano sono da urlo, veramente da urlo.
L’inizio è spiazzante,: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso e compatto.
Nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in parti, elettrica e acustica e gli elettrici suonano Led Zep, la parte acustica un sano pezzo di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna e lui resta al centro. La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la incredibile “La costruzione di un amore”.
Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi con quel suo modo rigoroso di offrire le canzoni al pubblico . come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in Italia”.
In conclusione il livello emozionale che si prova è alto e il concerto si regge in piedi così senza fronzoli, senza arzigogoli e io mi chiedo che cosa mi sono perso in tutti questi anni.
musicaware
Un diario dei concerti che ho visto, delle esperienze che ho fatto e condiviso con gli amici sulla base di un unico comune denominatore:la musica. Questo blog è anche un luogo di discussione dove si parlerà di music business, dei produttori musicali più famosi e della loro storia, dei sessionman più famosi e la la loro vita e, infine, dei registi video più famosi e celebrati.
giovedì 22 dicembre 2011
YES, MACCA IS IN DA HOUSE
Milano, 27 novembre 2011.
Mai visto Macca. Non mi ricapiterà mai più e quindi via al primo della due giorni musicale (domani i Pumpkins).
Paul è Paul, Ringo è Ringo e al differenza spero si vedrà.
Gelo, sono in moto e penso chi me lo ha fatto fare, però sbarco al Forum e mi accorgo che c’è una atmosfera festante, tranquilla. Non ci sono solo i reduci ma ci sono anche giovani.
Mezz’ora prima partono le cover dei Beatles sparate a tutta manetta, prendo una birra e aspetto a tre quarti del parterre. Poco dopo le nove, però, Macca sale sul palco e il pubblico si scalda e si emoziona. Subito.
McCartney: arriva vestito con un completo nero e stivaletti tacco 3, basso Höfner a tracolla, attacca “Hello goodbye”. Se non fosse per le rughe che gli segnano il volto, per l’improbabile colore rossiccio di capelli, si potrebbe quasi pensare ad un filmato dei Beatles, proiettato su un megaschermo: lo sguardo è lo stesso, il piglio sul palco di decenni fa.
Insomma sono di fronte ad una icona storica del pop e si, un po’ emoziona. Lui farà di tutto per tenerla viva per tutta la sera, l’emozione alternando molte canzoni dei Beatles, a numerose dei Wings. Tutti sappiamo esattamente quello che vogliamo: i classici, cantati come noi li conosciamo come sono su disco, come li ha eseguiti nei DVD. Ed è così. Macca ha un gruppo stellare che suona a memoria ma prima di ogni canzone viene chiamato one two tree come nelle prove di studio come nei complessini di quando si era giovani, ma qui siamo al Forum, pieno, e da queste cose traspare pura autenticità.
Mi aspettavo più canzoni note, mi aspettavo serg Peppers invece no ma insomma, si gli si perdona tutto a Paul: anche i botti e i fuochi d’artficio su “Live and let Die”, che Macca liquida con una smorfia ironica mettendosi le dita nelle orecchie. C'è anche“Drive my car” e “The long and winding road”, insomma, meglio così.
Ma le canzoni, il repertorio, il personaggio, tutto ciò che ha costruito nella musica sono talmente forti che tutti questi sono solo dettagli secondari.Questa è una festa che si sublima nel coro di Hey Jude e che non mi ha fatto pentire di esserci.
martedì 22 novembre 2011
A DIFFERENT CROONER
Milano,Forum, 13 novembre 2011. Allora, dopo tre anni si rivede George.
Questa volta è in un’altra reincarnazione. Si fa accompagnare dall’orchestra.
Non che sia una novità. Prima di lui lo fecero i Deep Purple e in temi recenti Sting e Peter Gabriel.
Ho visto Peter Gabriel con l’orchestra. Mi stavo per sparare così avrei aggiunto verve al tutto…
Insomma le premesse c’erano tutte. Per la noia mortale.
Invece c’è stato solo un quarto di noia.
Intanto bisogna dire che qui l’orchestra è a supporto. George è dotato di sequencers,batteria,basso e chitarra. Tutto l’armamentario di un perfetto cantante pop. Peter G invece gli strumenti rock/pop li aveva aboliti.
L’orchestra numerosa funziona e funzionano inoltre i coristi (quattro) che completano/innalzano la sua voce.
La scaletta fa poche concessioni ai classi George/Wham e invece è focalizzata su grandi canzoni pop reinterpretate da Roxanne dei Police a True Faith dei New Order (cantata con l’autoTune).
Ma c’è spazio anche per Brother you can spare a dime per esempio un grande classico della musica pop ma anche my bay just cares for me di Nina Simone
Poi certo ci sono le canzoni più intimiste di George da Praiyng for Time (che pubblicata dopo lo scioglimento degli Wham fece discutere per la svolta intimistica)fino a Differnt Corner e John and Elvis are dead degli ultimi anni.
Dopo una bella Wild is the Wind (eh si Bowie ha influenzato anche lui) arriva un medley di successi fatto in versione semiacustica con quattro musicisti : Amazing / I’m Your Man / Freedom.
Il pubblico apprezza e in effetti i ritmi e le chitarre aggiungono verve. George Michael si propone come un crooner dei giorni nostri e lo spettacolo è curato fino all’ultimo particolare.
Belle le figure in movimento sul Wall di sfondo.
Questa volta è in un’altra reincarnazione. Si fa accompagnare dall’orchestra.
Non che sia una novità. Prima di lui lo fecero i Deep Purple e in temi recenti Sting e Peter Gabriel.
Ho visto Peter Gabriel con l’orchestra. Mi stavo per sparare così avrei aggiunto verve al tutto…
Insomma le premesse c’erano tutte. Per la noia mortale.
Invece c’è stato solo un quarto di noia.
Intanto bisogna dire che qui l’orchestra è a supporto. George è dotato di sequencers,batteria,basso e chitarra. Tutto l’armamentario di un perfetto cantante pop. Peter G invece gli strumenti rock/pop li aveva aboliti.
L’orchestra numerosa funziona e funzionano inoltre i coristi (quattro) che completano/innalzano la sua voce.
La scaletta fa poche concessioni ai classi George/Wham e invece è focalizzata su grandi canzoni pop reinterpretate da Roxanne dei Police a True Faith dei New Order (cantata con l’autoTune).
Ma c’è spazio anche per Brother you can spare a dime per esempio un grande classico della musica pop ma anche my bay just cares for me di Nina Simone
Poi certo ci sono le canzoni più intimiste di George da Praiyng for Time (che pubblicata dopo lo scioglimento degli Wham fece discutere per la svolta intimistica)fino a Differnt Corner e John and Elvis are dead degli ultimi anni.
Dopo una bella Wild is the Wind (eh si Bowie ha influenzato anche lui) arriva un medley di successi fatto in versione semiacustica con quattro musicisti : Amazing / I’m Your Man / Freedom.
Il pubblico apprezza e in effetti i ritmi e le chitarre aggiungono verve. George Michael si propone come un crooner dei giorni nostri e lo spettacolo è curato fino all’ultimo particolare.
Belle le figure in movimento sul Wall di sfondo.
CHARLIE ON DA ROCKS...
Milano, 27 settembre 2011.
Lo spettacolo è alle 9
Mi fiondo in piscina faccio due bracciate e na’ sauna e poi casa a violentare un blocco di prosciutto crudo che non resiste ai colpi della mannaia (prosciutto al coltello…)
Risalto in moto e via destinazione Blue Note. Rapido incontro cor bigliettaro e poi mi fiondo all’ingresso dei camerini.
Mi posiziono,aspetto. Ci sono tre persone. Uno di questi ha una maglia nera con stemma Paiste ( piatti di Charlie).E’ il suo assistente.
Parliamo. E’ con lui da tempo ma non ha mai fatto i tour degli Stones.Ha invece lavorato dieci anni con Bill Wyman (ex bassista degli Stones) e con i suoi Rhyrhm Kings. Gli mostro il mio zaino con vari dischi e cofanetti. Chiedo. Estraggo un pennarello indelebile. Dice che forse, che in certi casi…
Esce una babbiona di un metro e 27 che sembra essere la sua manager. Le stringo la mano. Vede la mercanzia e la afferra e la porta dentro. Speriamo. La nonna esce e i dischi e cofanetti sono firmati da Charlie.Mi lancio in mille inchini. Mi si spacca una vertebra per stare alla sua altezza.
Aspettiamo, ma siamo tre fan irriducibili. Esce il contrabassista. Escono i due pianisti. Scendono. Vengono annunciati.
Charlie non esce.
I due partono a “pianeggiare” battendo a tempo il piede sul palco il pubblico ha un atteggiamento interlocutorio.
Charlie esce dal camerino mi guarda sorride e gli sorrido e gli dico bravo Charlie.
Mi dice ciao. E’ un 70 enne in forma piena con la sua lacoste gialla e i jeans neri.
Porta i pantaloni di una taglia inferiore alla mia. Mi sembra un saggio.
Si siede alla batteria gli altri gli sorridono. La batteria è essenziale come il suo stile in fondo pesta in maniera regolare e la sua estrazione jazz si vede.
Lo spettacolo dura 45 minuti ed è uno spettacolo da cotton club, da nuvole di fumo inesistente e da atmosfere rarefatte.
I pianisti ce la mettono tutta per coinvolgere il pubblico. Uno di loro addirittura nella foga alza il piano con le ginocchia e lui, Charlie, è sempre lì impassibile che suona e a volte sorride con i suoi compari.
Il concerto finisce e tutti fanno l’inchino al pubblico. Risalgono verso i camerini e li aspetto sempre io e gli risorrido. Decido che vedrò da imbucato anche il secondo spettacolo.
Aspettiamo davanti ai camerini durante la pausa. Altri si accalcano chiedendo che esca a firmare dischi e a fare foto. Non esce. Io mostro la mia mercanzia
Intanto fra noi pochi che abbiamo presidiato all’inizio affiorano i ricordi.
C’è chi dice di avere avvistato Charlie alla fieracavalli di Verona. Chi di averlo visto solitario in giro all’Isola Bella. Ognuno ha il suo aneddotto.Un vecchio reduce degli Stones sostiene di essersi intrufolato da poco a Villa Nellcote a Villefranche (la villa dove gli Stones registrarono strafatti Exile on Main Street) e di averla girata. Dopo si è infilato una muta tuffandosi dal promontorio con un fucile ha preso un bel polpo. Insomma gli Stones aiutano la pesca.
Io faccio la mia porca figura con i racconti dei concerti degli Stones visti e tutti mi guardano con rispetto.Il tempo passa ed è ora del nuovo spettacolo.
Ci saranno in sala 60 persone. Che peccato. Scelgo di essere il 61esimo e mi rivedo lo spettacolo risalutando Charlie che mi sorride.
La Nonna di cui ho parlato prima va a sedersi in fondo col tecnico di Charlie.
Verso la fine mi avvicino li saluto e anch’io me ne vò.
Ho visto uno degli Stones da vicino. Sono soddisfazioni.
FRENK SPACCA
Milano 13 settembre 2011. Il solito aperitivo ma stavolta veloce,
uno Straminer e via, una ventina di cipolline in agrodolce con minitranci di pizza e poi via in moto con l’alito che stende ogni insetto invadente.
Con Marcello e lo scooter da concerto ci fiondiamo a Villa Clerici che in piena periferia (Niguarda) di Milano è un fiore del 700 circondata da similpalazzi degli anni 70.
L’immortacci dei piani urbanistici e dell’urbanizzazione a tutti i costi.
Entriamo, camminiamo, guardiamo. Sentieri di ghiaia ci portano all’anfiteatro dove fra colonne con capitelli è montato il palco di Franco l’asceta.
E’ l’ultima data della tournee di Battiato e si vede.Parterre de roi.Marta Marzotto (omaggiata con dedica dal Maestro), il figlio di Marta Marzotto la fiancee del figlio di Marta Marzotto. Ci sono anche ex assessori vari, Rudy Zerbi e Nikki il DJ di Radio DJ noto per aver scritto “l’ ultimo bicchiere” brano cult dei tamarri che con i parrucconi giocavano ad imitare gli Europe.
C’è un capannello affianco al palco.C’è Franco mi faccio avanti. Guardo. C’è lui.E’ vero.
Entra, parte Up Patriot to Arms e sembra attuale. Il quartetto d’archi si mescola algruppo classico con chitarra basso,batteria piano e tastiere. Tutto funziona. Tutto è attuale e contemporaneo. Sono passati 30 anni da quando è uscita la canzone.
Franco, il Maestro, è sempre lui balla con ironia nella perfetta rappresentazione dell’imitazione della rockstar che non è mai voluto essere. Canta normalmente ma emana un’aura. Non so se la vedo solo io. L’aura. Ecco.
Il repertorio scorre,alcune canzoni vengono presentate con ironia. I sarcofaghi seduti nelle prime e costose file sorridono trattenuti dal lifting. I figli dei sarcofaghi seduti nelle prime e costose file, invece, violentano il Blackberry.
Arriva il suo grande capolavoro (secondo me) di mucica pop di questi tempi che è Shock in my Town.Vedere lui che in stile similkraftewerk si avvicina al secondo microfono e, filtrato dall’autotune, declama Velvet Underground è puro brivido.
Mentre il batterista tiene il tempo il maestro vaneggia di “shock addizionali”, di quello che siamo: insetti figli degli insetti,ecc ecc mentre l’autotune, metallicamente, esalta la coerenza vaneggiante del testo.
Insomma qui siamo in piena contemporaneità. Il pubblico apprezza e per me è il punto più alto del concerto.
Si arriva alla metà e alcuni esagitati si fanno sotto il palco naturalmente andiamo anche noi e con telecamere e Iphone assortiti riprendiamo la seconda parte.
Ecco stranezza d’ammuri (si scrive così?) e poi il gran finale compreso centro di gravità permanente, Cuccurucucù ecc ecc.
Noi siamo li, vediamo Franco. Tocca mani a destra e a manca, tocca anche la mia. Che faccio? Me la taglio e la metto in una teca di vetro?
uno Straminer e via, una ventina di cipolline in agrodolce con minitranci di pizza e poi via in moto con l’alito che stende ogni insetto invadente.
Con Marcello e lo scooter da concerto ci fiondiamo a Villa Clerici che in piena periferia (Niguarda) di Milano è un fiore del 700 circondata da similpalazzi degli anni 70.
L’immortacci dei piani urbanistici e dell’urbanizzazione a tutti i costi.
Entriamo, camminiamo, guardiamo. Sentieri di ghiaia ci portano all’anfiteatro dove fra colonne con capitelli è montato il palco di Franco l’asceta.
E’ l’ultima data della tournee di Battiato e si vede.Parterre de roi.Marta Marzotto (omaggiata con dedica dal Maestro), il figlio di Marta Marzotto la fiancee del figlio di Marta Marzotto. Ci sono anche ex assessori vari, Rudy Zerbi e Nikki il DJ di Radio DJ noto per aver scritto “l’ ultimo bicchiere” brano cult dei tamarri che con i parrucconi giocavano ad imitare gli Europe.
C’è un capannello affianco al palco.C’è Franco mi faccio avanti. Guardo. C’è lui.E’ vero.
Entra, parte Up Patriot to Arms e sembra attuale. Il quartetto d’archi si mescola algruppo classico con chitarra basso,batteria piano e tastiere. Tutto funziona. Tutto è attuale e contemporaneo. Sono passati 30 anni da quando è uscita la canzone.
Franco, il Maestro, è sempre lui balla con ironia nella perfetta rappresentazione dell’imitazione della rockstar che non è mai voluto essere. Canta normalmente ma emana un’aura. Non so se la vedo solo io. L’aura. Ecco.
Il repertorio scorre,alcune canzoni vengono presentate con ironia. I sarcofaghi seduti nelle prime e costose file sorridono trattenuti dal lifting. I figli dei sarcofaghi seduti nelle prime e costose file, invece, violentano il Blackberry.
Arriva il suo grande capolavoro (secondo me) di mucica pop di questi tempi che è Shock in my Town.Vedere lui che in stile similkraftewerk si avvicina al secondo microfono e, filtrato dall’autotune, declama Velvet Underground è puro brivido.
Mentre il batterista tiene il tempo il maestro vaneggia di “shock addizionali”, di quello che siamo: insetti figli degli insetti,ecc ecc mentre l’autotune, metallicamente, esalta la coerenza vaneggiante del testo.
Insomma qui siamo in piena contemporaneità. Il pubblico apprezza e per me è il punto più alto del concerto.
Si arriva alla metà e alcuni esagitati si fanno sotto il palco naturalmente andiamo anche noi e con telecamere e Iphone assortiti riprendiamo la seconda parte.
Ecco stranezza d’ammuri (si scrive così?) e poi il gran finale compreso centro di gravità permanente, Cuccurucucù ecc ecc.
Noi siamo li, vediamo Franco. Tocca mani a destra e a manca, tocca anche la mia. Che faccio? Me la taglio e la metto in una teca di vetro?
lunedì 18 luglio 2011
LADIES AND GENTLEMEN: PRINCE
Perugia 15 luglio 2011,
si parte alle 11 destinazione Perugia.
Scaldo il motore, scaldo le gomme e mi mangio il traffico di viale Tunisia in un lampo.
Entro in autostrada. Ci metterò quasi cinque ore ma il tempo per un bagno nella piscina del resort vicino ad Assisi c’è e pure il tempo per scottarsi al sole.
Rapido cambio di abito, doppia Cocacola che grazie agli effetti indotti fa andare la macchina come un razzo e via a Perugia all’arena dove Prince si esibisce.
Troviamo spazio in prima fila, Her clearness si incatena alla balaustra e aspettiamo. Tramonta il sole, ombra e poi buio. Esce.
Ha un paio di pantaloni aderenti di strass gialli e spolverino giallo. Imbraccia la chitarra e parte una jam session infernale. Il gruppo rodato dopo mesi di tour lo sostiene. John Blackwell alla batteria è un assicurazione sul ritmo.
Va a vanti Prince fra virtuosismi, ammiccamenti al pubblico (il posto si è riempito e pure tanto) e scambi di strumenti (frega il basso ad una bassista roscia da paura).
Snocciola qualche canzone nuova e soprattutto suona senza pause per due ore. Dopo le due ore è il momento dei grandi classici a partire da Purple Rain cantata a squarciagola da tutti con un assolo interrotto e ripreso più volte.
Prince è uno strano mix fra polistrumentista ed entertainer che non ha eguali.
Ha la stessa carica di James Brown, la cazzimma di Sly Stone ed un modo tenere la chitarra che ricorda molto Hendrix (arriva anche la cover di Foxy Lady).
Fa come al solito il pigmalione e lancia una giovane cantante/chitarrista che canta qualche canzone con lui e in linea con lo stile Princiano è pure una bella patata.
Il clou arriva a due ore e mezzo dalla fine quando il nostro snocciola una raffica impressionante: Don’t stop til you get enough di Michael Jackson (omaggio al competitor di un epoca) Jungle Love (mio dio come spaccava Morris Day quando la cantava, come sono belli i tappeti di tastiere come base) e poi Love Bizarre grande pezzo di Apollonia (un’altra patata che lui proteggeva).E’ un finale devastante, bellissimo.Lui esce saluta e se ne va. Ma non ci basta e non gli basta. Rientra sale sul pianoforte viola e parte If I Was Your Girlfriend ma io mi ricordo di averne visto una versione migliore col sax vero di Maceo Parker. Non capiamo più nulla. Salta giù. Parte Kiss ed è la fine. Muove dei passi di danza, il falsetto non è quello di prima ma pazienza. Siamo stanchi, anche lui credo. Fanno,pause escluse,tre ore e due minuti netti. Qualche competitor si vuole fare avanti?
domenica 17 luglio 2011
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